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“Chi so, io so o padre…” ossia antropologia della nascita biografica: la paternità

letto 5084 volte | autore: Amilcare Spinapolice, specialista in ginecologia e ostetricia (vai al curriculum)

         

Una recente sentenza della Cassazione ha stabilito che i figli potranno chiamarsi anche con il cognome della madre. La decisione della corte è stata salutata come una vittoria della parità, tra i sessi, ed indubbiamente riveste un carattere di civiltà, ma va ad intaccare il percorso secolare della sociologia ed antropologia della paternità, togliendo al ruolo maschile, l’aspetto biografico della nascita. Vediamo come.

Racconta il mito che:
Al tempo di Cecrope, re originario dell’Attica, scoppiò una contesa tra Atena e Poseidone, per il nome ed il possesso del paese. Il re, dopo aver consultato l’oracolo di Delfi, per mettere fine alla disputa, convocò una assemblea, della quale,facevano parte cittadini di entrambi i sessi, perché in quel paese, vigeva l’uso che anche le donne potessero partecipare alle pubbliche votazioni. Avvenne che gli uomini votarono per Poseidone e le donne per Atena. Vinsero le donne per un voto in più, ciò provocò a vendetta di Poseidone  e degli uomini, i quali stabilirono che da allora, le donne avrebbero perso il voto e che nessuno dei loro figli si sarebbe chiamato con il loro nome.”

Questo è il mito che racconta la perdita della funzione sociale femminile, e sancisce il predomino sociale maschile. In realtà la funzione maschile si è realizzata, socialmente, per superare l’empasse della predominanza dell’evento biologico femminile. Essere genitori biologici è un evento “naturale” che prescinde qualsiasi condizione sociale; gli obblighi da soddisfare sono semplici: essere portatori di un patrimonio genetico da trasferire mediante le gonadi. Questo passaggio, evidente nel genere femminile sin dall’alba dell’umanità, è stato per secoli oscuro al genere maschile, per molto tempo ignaro della propria potenzialità fecondante. Nella elementare visione della vita, la madre occupa un insostituibile posto, l’universo maschile doveva trovare la modalità di penetrare questi misteri ed affermare la propria centralità. La paternità, diversamente dalla maternità, è un evento biologico differito nel tempo nel luogo e nello spazio. Per dirla con una immagine calcistica gli spermatozoi giocano sempre fuori casa. Infatti la fecondazione avviene fuori dal corpo maschile, alcune ore dopo che il seme è stato espulso. La paternità è, dunque, qualcosa che si emette e di cui si può perdere la traccia  al contrario della maternità che è un qualcosa che si introita, si tiene con sé, si coltiva o per meglio dire si cova. Rapporto indiretto il primo, simbiotico il secondo.

Essere padre non ha un percorso evidente tra causa ed effetto al contrario della maternità, che ha una evoluzione continua, simbiotica data dalla biologica coabitazione. La potenzialità del seme maschile può esprimersi solo dopo che il sistema biologico materno lo ha accettato e selezionato. E’ questa la premessa indispensabile alla biologica funzione paterna. Ontologicamente il genere maschile avvertì la necessità di abbattere questo privilegio biologico, creandone uno di carattere sociale che potesse controllare. All’inizio delle civiltà l’ordinamento sociale esigeva una distribuzione dei beni non solo in vita, ma anche in successione alla morte; in altre parole nacque la proprietà e con essa  l’esigenza di tramandarla, indipendentemente dalla entità.

Questa necessità sociale determina la nascita della biografia; la paternità diventa, quindi, la maternità biografica, i maschi non solo se ne appropriano, ma ne fanno diventare l’aspetto principale del vivere sociale, ancor prima di essere certi di essere il padre genetico. Prima di essere sé stessi si è “figli di…”, quindi il dato biologico viene preceduto da quello biografico che ne rivela l’appartenza, in una parola l’identità. Si creano due dinamismi dal sé verso gli altri  e dall’insieme della famiglia verso gli altri. L’assenza di questa identificazione ha segnato per secoli le vite di molte persone, mortificate da quell’allocuzione che li definiva “figlio di padre ignoto”; la sigla N.N. dal latino “nemo nescitur”, è stata per secoli un marchio infamante e solo grazie alle recenti conquiste, e all’evoluzione della cultura, questa ignominia è stata sconfitta. La sentenza di questi giorni, abolisce l’asimmetria biografia; la maternità biologica e quella biografica si ricongiungono eliminando, di fatto, ogni possibile discriminazione e lasciando ai figli anche l’onere della scelta, qualora lo desiderino. E i padri? I nuovi modelli sociali di mascolinità e di paterinità devono prevedere di rinunciare a questi privilegi; d’altronde altri tabù, sono stati sfatati. Magari i nuovi padri potranno rifarsi alla mitologia dei popoli senza scrittura che considerano la gravidanza il ritorno di uno spirito degli antenati che può giungere  alla donna in modi diversi: per contatto, attraverso un totem. Ma ci sono popoli che credono che la gravidanza possa essere provocata da alcuni fiori o da determinati frutti, dalla pioggia, dal vento; in fondo è bello essere padre identificandosi in uno di questi elementi, dà una idea di leggerezza, di totalità che credo ai figli faccia piacere. Più di un padre padrone.

lunedì 27 ottobre 2008


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