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Il mito delle blastocisti nella fecondazione assistita

letto 42765 volte | autore: Claudio Manna, ginecologo specialista in fecondazione assistita (vai al curriculum)

         

Molti pazienti che si sottopongono a tecniche di fecondazione assistita e specialmente chi ha fallito  tentativi precedenti, richiede il transfer di embrioni allo stadio di “blastocisti”.

La blastocisti è quello stadio dell’embrione che si forma in seguito  alle prime divisioni cellulari , in genere dopo 5 giorni dalla fecondazione.

E’ anche la fase nella quale dovrebbe iniziare il processo dell’impianto embrionale nell’endometrio.
Le cellule sono diventate numerose   (oltre  32)  con  uno strato più esterno di cellule , il trofoblasto, che ne contiene un gruppo più interno (inner cell mass), detto embrioblasto, ed un piccolo volume di fluido( blastocele).
E’ noto che gli embrioni, se e quando, arrivano allo stadio di blastocisti, hanno una percentuale di impianto maggiore che negli stadi più precoci. Per questa ragione è naturale pensare che trasferire gli embrioni come blastocisti sia meglio. Tuttavia ci sono alcune domande fondamentali da porsi.

Quanti embrioni arrivano allo stadio di blastocisti? Sicuramente una minoranza, costituita  dagli embrioni più vitali tra tutti quelli che si formano dopo la fecondazione:  mediamente 1 su 5 (ed ancora meno quando l’età della donna è elevata).
Così il rischio che da un gruppo di ovociti raccolti al Pick-Up (prelievo ovocitario) non si formi nessun embrione allo stadio di blastocisti è molto elevato. Bisogna anche pensare che da 6 ovociti raccolti è probabile che se ne fecondino 4 o 5. In tal caso insorgerebbe quasi certamente  il problema di trasferire embrioni che dopo 5 giorni sono indietro nello sviluppo ed hanno un basso potenziale di impianto.

Inoltre c’è chi ritiene che embrioni trasferiti in utero dopo 2 giorni dalla fecondazione si sarebbero sviluppati meglio in utero arrivando così più facilmente allo stadio di blastocisti. Questa è infatti la seconda questione da porsi. Infatti l’utero è sicuramente un incubatore migliore, molto più performante di quelli artificiali perché mantiene meglio e più stabilmente le condizioni ambientali ideali per lo sviluppo degli embrioni, specialmente quando l’età della donna è avanzata.

Ma allora perché alcuni centri riportano risultati così buoni con il transfer di blastocisti?
La risposta è semplice a questo punto. Usano nelle loro statistiche donne abbastanza giovani che producono molti ovociti e di conseguenza molti embrioni. Dopo 5 giorni di sviluppo,  per selezione naturale è probabile che qualche  blastocisti  si sia formata . Così anzi, è possibile  anche ridurre la percentuale di gravidanze multiple,  perché si trasferirebbero solo 1 o 2 blastocisti. Qualcun'altra che si fosse formata può essere nel frattempo  crioconservata
Una strategia perfetta  che si realizza in realtà con una selezione degli embrioni, eliminando cioè quelli che non si sarebbero trasformati in blastocisti nell’incubatore, ma che forse lo avrebbero fatto nell’utero.
In molti laboratori , infatti, si sta tornando ad accorciare i tempi di coltura embrionale per salvaguardare da uno stress eccessivo ovociti ed embrioni più fragili come quelli provenienti da donne in età avanzata. In Italia infatti l’età media delle donne che desiderano un figlio si è elevata sensibilmente. In definitiva  un duro colpo al mito della blastocisti. Infine stanno aumentando le osservazioni che i bambini che provengono da blastocisti presentano una maggiore frequenza di malformazioni.

lunedì 21 maggio 2012


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